Basta Con La Guerra….Facciamo L’Amore

Basta Con La Guerra….Facciamo L’Amore
Basta Con La Guerra….Facciamo L’Amore

vQui lo dico e qui non lo nego, Dagmar Lassander è stata probabilmente la più bella donna di tutto il cinema di genere italiano. Per carità Serena Grandi aveva argomenti (due, aerostatici), la Dionisio aveva una gran classe, la De Santis era ruspante come poche altre, la Bouchet era deliziosa, la Fenech era la regina delle gattine col nasino all'insù, e potremmo nominare tutte le eroine del cinema bis sicuri di cascare sempre bene, ma Cineraglio confessa che la bellezza, intesa proprio in senso assoluto, lato, ellenico, di ideale platonico della Lassander occupa un posto speciale nel nostro cuore digitale (e anche un po' analogico). Con qualsiasi pellicola si abbia a che fare che veda Dagmar nel cast, bella o brutta, minore o d'essai, popolare o più sperimentale, un motivo per stare incollati davanti allo schermo c'è sempre, lei, la roscia con gli occhi di zaffiro. Nel '74 è la coprotagonista femminile di Basta Con La Guerra....Facciamo L'Amore di Andrea Bianchi, accanto a Jacques Dufilho, Dada Gallotti, Vincenzo Cudia. Siamo nell'ambito dei militareschi con iniziazione sessuale a latere. La vicenda parte dalla caserma sotto il ferreo comando di Dufilho - caserma di sussistenza, dove perlopiù si collezionano vettovaglie per le truppe come salami e provole anziché  - abbiamo a che fare con soldati sui generis, goffi ed imbranati, ma il fuoco della sceneggiatura si sposta subito altrove. Il nipote di Dufilho (Cudia) torna a far visita allo zio che non vede dai tempi della sua infanzia. per un equivoco Dufilho crede che il ragazzo voglia intraprendere la carriera militare ma in realtà comunica che è prossimo a prendere i voti (e forse è pure omosessuale). Per il militarissimo zio è una sconfitta su tutti i fronti, quindi scatena la moglie (Lassander) e la cameriera (Gallotti) perché provochino in ogni modo il ragazzo facendolo ravvedere. Sulle prime il piano non pare sortire alcun effetto, ma la Lassander in particolare si incaponisce, anche perché il ragazzo, contrariamente allo stralunato marito, è un bel pezzo di maschio. Antiche voglie tornano a galla, e più che il nipotino ad essere tentato dalla zia è la zia a subire il fascino erotico del nipote. - SPOILER: sempre più spinta dal coniuge, la Lassander va fino in fondo riuscendo a far venire in mente "certi pensieri" sopiti al nipote. Sul più bello Dufilho cerca di sventare l'unione ma, arrampicatosi su di un albero in prossimità della finestra della camera da letto del ragazzo, crolla rovinosamente a terra lasciandoci le penne. La vedova Lassander quindi convola felicemente a nozze col recuperatissimo nipotino Cudia.

Dufilho lo stesso anno esce in sala col secondo film di Buttiglione, il colonnello, poi generale, che riprende vistosamente in questa pellicola e che era nato originariamente in tv con Renzo Arbore (Alto Gradimento) e che poi aveva debuttato al cinema nel '73 con Un Ufficiale Non Si Arrende Mai Nemmeno Di Fronte All'Evidenza, Firmato Colonnello Buttiglione (di Mino Guerrini), anche se Dufilho aveva già interpretato un colonnello comico (francese però) in Cinque Matti Al Servizio Di Leva ('71). Le sue movenze ed attitudini alla Luis De Funes con qualche spruzzatina doncamillesca fanno da contraltare alla sensualità doppiamente riversata nella coppia femminile Lassander-Gallotti. Sopraffina e signorile la prima, più rustica la seconda. Di militaresco c'è ben poco, sostanzialmente una cornice che contiene poi la vicenda tipicamente da iniziazione sessuale, anche se il nipotino è un pezzo di marcantonio già bello formato. Cudia (attore poi persosi per strada) gigioneggia un po' facendo il gaio, e tutto sommato la sua ambiguità è resa bene. Si rimane col sospetto che ci sia e/o ci faccia, fino a che effettivamente i poteri irresistibili della zia Lassander lo fanno capitolare. Dagmar da parte sua neppure si spoglia granché, lo spettatore vede poco, ma l'assoluta eleganza e l'erotismo innato dell'attrice tedesca sono esplosivi, e basta un suo sguardo o un movimento dei suoi capelli per uccidere (di piacere) all'istante. La Gallotti è la cameriera comica ma con la sottana che si alza sempre al momento giusto, e con l'inflessione dialettale che la rende più popolare e raggiungibile rispetto alla "signora" di casa. Non che il film sia particolarmente divertente, Dufilho a tratti è di una verbosità estenuante e le situazioni comiche scarseggiano, certo è che la Lassander basta e avanza per decidere di proseguire per tutti i 95 minuti di durata. Un po' senza capo né coda l'idea sul finale di far sbucare fuori Dufilho sotto mentite spoglie. Prima è un postino con improbabile accento toscano che porta un telegramma ai novelli sposi, poi è un capostazione ferroviario con parrucca, come ad intendere che il suo spirito continua ad aleggiare accanto alla coppia. Perché? Percome? Mah. Comunque tutto ricomincia, poiché stavolta è Cudia ad aspettare la visita di una zia misconosciuta, la quale naturalmente è tutto fuorché una vecchia bacucca. E la Lassander inizia a masticare amaro.

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