Capriccio

Capriccio
Capriccio

In piena ascesa erotico-creativa, e pure con un certo successo di pubblico (la critica no, quella sparava a pallettoni, sempre e comunque), dopo La Chiave e Miranda, Brass gira Capriccio (1987), traendo spunto da "Lettere da Capri" di Mario Soldati, il quale chiese che il film non si chiamasse come il libro, ritenendolo una "stupidaggine" rispetto alla sua opera. Gli intellettuali non ci andavano leggeri; pure Moravia (e dico Moravia, uno abituato alla gnagna, non la Mazzantini) stroncò senza mezzi termini Capriccio, dicendo che Soldati si era occupato dei protagonisti della storia dalla cintola in su, Brass dalla cintola in giù. Sor Tinto il romanzo lo addomestica alquanto, asservendolo alla sua filosofia erotica: divertimento, disimpegno, gioco e spensieratezza. La storia vede due due sposini americani di ritorno nella pittoresca Italia, a guerra finita; teatro del loro soggiorno Capri, poi Roma, poi la Toscana. Fred (Andy J. Forest) e Jennifer (Nicola Warren) si abbandonano a vecchi ricordi, soprattutto amorosi: Fred torna a far visita alla bella Rosa (Francesca Dellera), figlia di una ex prostituta, e prostituta anch'ella, e Jennifer ritrova invece Ciro (Luigi Laezza), guaglione con l'arte di arrangiarsi (e sedurre). Entrambi però resteranno scottati dal tuffo nel passato, finendo poi col ritrovarsi e rinverdire il proprio ménage matrimoniale, anche grazie al "capriccio" adulterino toltosi.

Nel libro di Soldati i tradimenti sono vissuti come una iattura, una tregenda, nichilismo e senso di colpa, che portano alla morte della sposa americana. Figuriamoci se Brass poteva tollerare una simile aria nefasta; lui si interessa all'intreccio, se ne appropria, ma per piegarlo alla propria visione dei sentimenti, dell'amore e del sesso, secondo un'ottica oramai nota del regista veneto. La Dellera e Laezza, le due "tentazioni" degli sposini americani, rappresentano più che altro un afrodisiaco, un elemento che porta nuova linfa al matrimonio altrimenti un po' spento della coppia yankee. E non potrebbe essere altrimenti, vista l'estrema carica di vitalismo e lussuria che entrambi esprimono. Per altro, non solo il contatto con quella carne tanto bollente riaccende il desiderio di Fred e Jennifer, ma anche la consapevolezza del tradimento inferto e ricevuto al e dal proprio coniuge eccita enormemente i due, che infatti, nella scena che chiude il film (quella del sesso nel vagone letto del treno), tornano a dichiararsi amore e desiderio eterno.

La scelta delle due attrici protagoniste non è casuale, Brass le delinea in antitesi, bionda e glaciale la Warren (anche se solo apparentemente), mediterranea, burrosa e appassionata la Dellera. Quasi a rappresentare le due polarità tra le quali si destreggia Fred. La Warren è una sorta di personaggio femminile hitchcockiano, alla Kim Novak, Tippi Hedren; in una scena indossa addirittura un abito con capello che rimandano immediatamente ad un'analogia con certe mise di Grace Kelly. Una bellezza sofisticata dunque, da decriptare, da sciogliere, con pazienza, come col ghiaccio esposto al sole (del sesso). I racconti degli amorazzi durante la guerra avvengono tutti in flashback; scopriamo così che Jennifer è ancora vergine quando fa l'infermiera al campo militare americano (dove conosce Fred, soldato ferito in battaglia, nella zona di Salerno). Viene deflorata proprio da Ciro, in una scena molto suggestiva, sia per la scenografia (ripresa dall'alto, e solita fuga prospettica di linee optical, predilezione di Brass) sia per il ralenty, che ne fa "assaporare" ogni momento, dalla paura e dal dolore iniziale, fino al godimento finale. Rosa è carnalità ed erotismo allo stato puro, una sete di sesso perenne ed indomabile, la freschezza dell'età mista ad una bramosia dionisiaca, perfettamente incarnata dalla Dellera, all'epoca 22enne. Con lei Fred dà semplicemente libero sfogo al proprio testosterone, in totale ed assoluta leggerezza e gaiezza. Rosa è l'ora e adesso, senza conseguenze, senza domani, senza preoccupazioni; in poche parole, Rosa è godimento.

Brass mostra gusto per la rappresentazione, ce ne accorgiamo ripetutamente; ad esempio il gran ricevimento al quale partecipano (durante la guerra) Fred e Jennifer (proprio in occasione della perdita della verginità di Jennifer), che ha luogo alla Reggia di Caserta (anche se la scena dell'atto sessuale avviene in una stanza da bagno appositamente ricostruita in studio). C'è poi la festa paesana del santo patrono, che ha un che di felliniano (e nella quale fa un cameo una procacissima e scostumata Isabella Biagini, che a mio parere in un film di Brass, con un ruolo più in evidenza, avrebbe potuto dare delle gran soddisfazioni), o la lunga scena della gita bucolica di Fred e Rosa, in un bosco nel quale Rosa si adagia sui manti erbosi seminuda, appena coperta da un velo azzurro, e si lascia poi inseguire tra la vegetazione rigogliosa, come una ninfa, la personificazione mitologica della natura stessa, che viene posseduta dall'uomo (scena che ricorda un po' quanto accade alla Fenech in Quel Gran Pezzo Dell'Ubalda). Il tutto accade al suono della musica di un flauto panico, che un pastorello appostato in zona zufola, incorniciando la caccia amorosa.

Con Capriccio iniziano ad arrivare alcuni topoi ricorrenti del cinema brassiano (le sue comparsate da voyer all'interno del film, la donna seduta alla scrivania, intenta a scrivere il diario delle sue emozioni, la pipì della protagonista, i deretani in primissimo piano...ma già con Miranda ce ne erano stati, oltre ovviamente al tema del tradimento come elemento "necessario" in un matrimonio, e il voyeurismo, entrambi però già palpabili sin da La Chiave). Brass inizia anche a spingere parecchio il pedale dell'acceleratore della ginecologia, esplicitando sempre più i dettagli anatomici delle attrici e mimando sempre meno "artisticamente" gli amplessi. Progressivamente inizia la traslazione dall'erotismo verso il semi hard.

Trailer ufficiale

Galleria Fotografica