Il Magnate

Il Magnate
Il Magnate

Buzzanca movie doc con un ruolo cucito preciso preciso su di lui, una storia al suo servizio anche se, stavolta, perlomeno il finale è meno buzzanchiano di quanto sarebbe lecito aspettarsi. Anno di grazia 1973, appena un lustro dal '68, con tutti i suoi stravolgimenti, in particolare per quanto riguarda società, costume e femminismo. Qui Giovanni Grimaldi - affiliato alla premiata ditta Franco Franchi e Ciccio Ingrassia - ma pure regista di fiducia di Buzzanca (lo dirige per ben sette volte) pone il nostro homo eroticus a capo di una fiammeggiante azienda italiana, un magnate appunto che lavora da mane a sera, quando non è impegnato col gentil sesso. La di lui moglie, Rosanna Schiaffino, è molto ambita da colleghi e pari grado, ma la signora non ha mai ceduto, rendendo l'imprenditore Furio Cicerone un marito che "non porta le corna ma semmai le fa portare agli altri", essendo esuberante, siculo e "quotidiano" (come ama dire lui).

Accade che all'ennesimo grosso affare internazionale, l'azienda di Cicerone si esponga per 500 milioni di troppo. Una banca è pure disposta a concederglieli in prestito ma occorrono cinque giorni e l'affare deve concludersi in poche ore. La cifra viene dunque intanto anticipata da un altro capitando d'industria, Gianni (Jean-Pierre Cassel), il quale però pretende una scrittura privata nella quale si mette nero su bianco che se poi in cinque giorni il prestito non verrà onorato da Cicerone, egli potrà godere della moglie per ogni giorno di mora. Messo alle strette Cicerone firma e da lì ha inizio il suo calvario. Tutta la prima parte del film si incentra sulle tipiche situazioni alla Buzzanca; lui è il siculo rampante ed indomabile, piacione e adulterino con le consorti altrui ma irreprensibile sulla moralità della propria. Sistematicamente tutte le mogli degli altri sono mignotte dichiarate, lo fanno e se lo fanno apertamente dire, beandosi di tale condizione. Tutte tranne la Schiaffino, matura, emancipata, intelligente, ma santa. Si parte quasi come una commedia sexy, si vira nella parte mediana su un tono da commedia più istituzionale, raffinata e meno sessuomane, per poi chiudere in modo totalmente inaspettato. - SPOILER: Buzzanca non riesce ad onorare il debito (anche per colpa di una scorrettezza di Gianni), quindi perde il diritto sulla moglie che conseguentemente dovrebbe concedersi all'avversario; ma questa aveva preventivamente venduto la bella villa a Como, garantendosi così i famosi 500 milioni dovuti a Gianni. L'onore dei coniugi è salvo ed allo stesso tempo la Schiaffino impartisce una sonora lezione al marito farfallone, facendogli patire le pene dell'inferno per il rischio corso di adulterio (per altro su pubblica piazza). Tuttavia non c'è l'happy ending, la Schiaffino abbandona il tetto coniugale e si ritira dalla madre per una pausa di riflessione, lasciando i due spasimanti a becco asciutto. Buzzanca, inviperito dalla rabbia, chiude il film sfasciando la lussuosa macchina di Gianni.

Il finale davvero lascia spiazzati, intanto per il repentino e vistoso cambio di registro, si passa ad un film drammatico tout court, dove dialoghi, recitazione e persino le musiche amplificano questa nuova e inaspettata cornice. Inoltre si va in contraddizione con l'assunto iniziale del film, quello che ci poneva davanti agli occhi il mondo buzzanchiano delle donnine sempre disponibili, dei predatori guasconi sempre in caccia e di un grande gioco di società dove i valori, la famiglia, il lavoro eccetera, sono tutti oggetti di arredamento in background, pronti a soccombere al cospetto dell'unica cosa che conta veramente: la copula. C'è un minimo di taglio "sociale", quando ad esempio la Schiaffino (sempre nel finale però) accenna al periodo di fidanzamento con Buzzanca, dove una ricca borghese del nord si concedeva ad uno spiantato giovane del sud con la Fiat 850; o quando Buzzanca fa a cazzotti con le banche e lo stesso Gianni (una sorta di Giovanni Agnelli onnipotente e ammanicato con gli "amici" giusti), lui self made man dell'imprenditoria contro le gerarchie dei poteri forti. Ma è tutto estremamente labile ed appena accennato. Così come le "fimmine" del mondo buzzanchiano sono contemporaneamente le facilissime mogli delle feste e le eroine femministe che rimettono tutti al proprio posto come la Schiaffino.

Nonostante il bizzarro twist sul finale però, educativo e tormentato, va detto che Buzzanca si conferma quel grande attore che è sempre stato. Che reciti lo scemo, l'allupato o Shakespeare, Buzzanca è uno che il mestiere ce l'ha nel sangue, è in grado di competere con chiunque su qualsiasi terreno e non esce né sminuito né sconfitto dal finale de Il Magnate. La Schiaffino è molto signorile ed elegante; rimane il dubbio di capire cosa sarebbe potuto succeder se al suo posto ci fosse stata una Edwige Fenech, per dire. La storia punta molto sulla sensualità e sulla bellezza irresistibile di questa moglie che tutti vogliono e che Gianni addirittura, con sbruffoneria, compra. Quindi forse più che la compita Schiaffino, un corpo più maliardo ed audace avrebbe reso più plastiche le evidenze di sceneggiatura. Chissà. Ottimo Cassel, davvero aristocratico e spregevole. Tutto sommato un bel film, anche se alla fine si rimane un po' col punto interrogativo, indecisi su cosa si è visto e sul dove voleva andare a parare.

Trailer ufficiale

Galleria Fotografica