La Donna Lupo

La Donna Lupo
La Donna Lupo

Loredana Cannata esordisce al cinema nel 1999 con La Donna Lupo di Aurelio Grimaldi, uno di quei debutti che in genere marchiano l'attrice protagonista. E' successo a molte eroine di Brass o D'Amato ad esempio, diventate icone e prigioniere del cinema erotico al contempo, senza più riuscire ad emanciparsi e trovare altri ruoli soddisfacenti al cinema. D'accordo, qualche commedia nazional popolare, magari anche qualche titolo d'autore, ma fondamentalmente la carriera non è mai decollata, per colpa (se lo è) dei nudi esibiti più o meno consapevolmente al primo ciak. Un po' accade anche per la Cannata (che però pare essere assai consapevole), la quale viene da studi di alto profilo e dal teatro (Pirandello, Euripide, Schnitzler) ed entra nel mondo del cinema sotto l'egida di Aurelio Grimaldi, maestro elementare, sceneggiatore e regista sui generis, capace di svariare senza colpo ferire da Mery Per Sempre a Le Buttane, da Pasolini alla Parietti (quella de Il Macellaio) dai festival cinematografici (Locarno, Venezia, Cannes, Rotterdam) a De Sade (in L'Educazione Sentimentale Di Eugénie). La Cannata, che alterna il suo mestiere d'attrice all'impegno per battaglie di spessore civile, non è poi riuscita ad andare oltre le fiction Rai e le ospitate televisive. La Donna Lupo appartiene a quella serie di film nei quali Grimaldi gira intorno all'erotismo, con fare ossessionato, maniacale, assoluto, senza seguire un filo logico, una messa a fuoco, senza sapere bene dove andare a parare, ma cercando di farlo con la massima intensità possibile, lambendo spesso e volentieri il confine con il kitsch, il pacchiano, il grottesco, il ridicolo involontario.

La protagonista (Loredana Cannata, di cui è anche impossibile conoscere la reale identità perché è tutte le donne e nessuna) ha una doppia vita, di giorno dovrebbe vestire i panni di un'assistente sociale presso una comunità di anziani (o forse no, è una sociologa, una giornalista, una scrittrice?), di notte quegli stessi panni se li leva e ben volentieri, andando in giro per la zona a caricare maschi sulla sua auto, portarseli a casa e abbandonarsi a delle maratone erotiche di tutto rispetto. Studenti universitari, militari di leva, uomini sposati, adulti, ragazzini, meridionali, settentrionali, una fiera all'insegna del 'ndo cojo cojo, basta che sappiano farsi valere in camera da letto (o in piscina, o in auto, o altrove). Tra le sue conquiste per una notte, uno studente che si innamora di lei e che quando cerca di scoprire chi sia realmente la donna, intravede ed intuisce quali siano i reali comportamenti dell'oggetto dei suoi desideri, rimanendone scottato. Ma la mangiatrice di uomini non non si fa trovare impreparata, cucina per un paio di giorni il ragazzo in tutte le salse e posizioni, e poi lo lascia andare via. Forse si è innamorata pure lei, o forse no.

Grimaldi getta in faccia agli spettatori una storia che non ha un inizio e non ha una fine, non ha un messaggio e non ha una morale (per carità, non vuole averne), è semmai una continua incessante fotografia del presente, 86 minuti di flusso di coscienza coniugato sempre e soltanto al presente indicativo. La Donna Lupo è così (lupa perché solitaria, un po' malinconica, affatto cattiva come la si dipinge e soprattutto libera da condizionamenti sociali, secondo il codice verghiano che aveva già interessato Gabriele Lavia e Monica Guerritore alle prese nel '96 con La Lupa); prendere o lasciare, o anche vaffanculo, invito che la Cannata pare volerci gentilmente rivolgere nel curioso extra "La Donna Lupo si confessa" del dvd edizioni 30 Holding. Appare chiaro sin dai primi minuti quanto la pellicola sia un'operazione pretenziosa, velleitaria, supponente. Non c'è un bel nulla da capire, ci dice la Cannata, è solo che di notte la sua donna lupo ha voglia, embé? Mette le mani avanti e rintuzza ogni accusa, non è una donna che vuole figli, non ama la maternità e non crede che la realizzazione di una donna risieda nel procreare, né che in queste convinzioni debba esserci alcunché da criticare. Non ama gli uomini, gli servono ma poi - pfui - son tutti ometti, non cerca compagni ma solo compagnia, e soprattutto le interessa godere, perché sente di esistere solo durante l'atto sessuale. Grimaldi prende uno shaker per cocktail, ci butta dentro un po' di femminismo militante, Pasolini, l'erotismo, supercazzole para intellettuali e sociologiche, dialoghi vertiginosi ("la sentì fino alle radici del sangue, senza sapere chi aveva creato tutto questo, né se si chiamava amore, sapevo solo che tutto quanto di me stesso suonava e cantava, e lei in quel momento era la sinfonia più bella della mia vita, e se esisteva il Paradiso non poteva che essere che questo, ma ci sarà sempre qualcuno tra voi che trasformerà tutto questo in merda"), sesso esplicito, deliri onirici in bianco e nero, un gran villone coi bagni senza asciugamani né carta igienica, e un po' di glamour (tutte le foto promozionali del film e le pose da calendario - tipico oggetto da fallocrati - della Cannata), ritenendo così di aver tirato fuori il discorso sull'erotismo del futuro millennio.

La Cannata, bellissima, si distingue per un'antipatia marcata. Recita avendo scritto in faccia che a lei fanno schifo tutti, le interessa solo fare "quel cazzo che le pare", proprio come quei maschi che disprezza tanto, tirati su da "mammine" troppo deboli e tenere, che concedono ai loro figli di fare "quel cazzo che gli pare". Alla fine tutta questa grande emancipazione passa dallo scimmiottare i comportamenti del maschio alfa. La grande libertà, lo svincolo dalla catene del moralismo, del perbenismo e del vattelappesca passano dal fare quello che fanno anche gli uomini, uguale e di più. Gne gne. Il punto non è tanto la libertà sessuale della protagonista, legittima e sacrosanta, ma il modo aggressivo, strafottente e attaccabrighe con il quale viene puntellata. La Cannata nel godere dei suoi insindacabili diritti mente, inganna, raggira, il che è male, esattamente come quando viene stigmatizzato per gli ometti di poco coraggio che la lupa pesticcia dall'alto del suo irraggiungibile intelletto. La Lupa è in guerra, ma il colmo è che alla fine i personaggi maschili del film (i nemici) fanno molta più simpatia e tenerezza della libera e autodeterminatasi lupa; lo studente - che per carità, è un po' stronzo pure lui - è sinceramente innamorato; i militari sono quattro assatanati con la fissa, ma che non fanno male a nessuno e vivono la propria sessualità con genuinità ed entusiasmo naif. La Cannata invece pare una morta dentro, non ha la minima passione in ciò che fa, il suo è un vitalismo pestilenziale che avvelena ciò che tocca, un bisogno di consumare, una droga che necessita costantemente di carne fresca da prosciugare, e la legittimità del suo agire deriva da un non meglio precisato complotto ordito dalla società nei suoi confronti, e nei confronti di "quelle come lei".

Che tutto il discorso sia assai poco intellettuale (al limite, cervellotico) lo si evince anche dalle ripetute scene di sesso esplicito che Grimaldi piazza durante il film (addirittura con dei flash anticipatori insertati durante normali dialoghi). Difficile pensare che quelle parentesi ai limiti dell'hard non siano lì anche per attirare gente in sala e far parlare del film. Tra le tante, la Cannata pratica una fellatio in primo piano; mi pare di ricordare un'intervista all'attrice che all'epoca dichiarò che si trattava di un fallo posticcio (alla maniera di Brass), ma francamente è abbastanza evidente che si tratta di un momento di cinema "vérité". E, al netto del sesso e delle disquisizioni cerebrali, rimane il fatto che La Donna Lupo è un film terribilmente noioso, con tutta la sua musica classica, i suoi notturni d'autore, i riflessi d'acqua, i silenzi, le massime esistenziali, i pitoni cicciolineschi, e gli attori che guardano nella macchina da presa come a sfidare gli esausti spettatori. Da notare infine come la locandina del film sia un plagio in tutto e per tutto di Crash di Cronenberg (font compreso).

Trailer ufficiale

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