Un Uomo, Una Città

Un Uomo, Una Città
Un Uomo, Una Città

Enrico Maria Salerno negli anni '70 fa il commissario a destra e a manca (a Roma ne La Polizia Ringrazia, a Genova ne La Polizia E' Al Servizio Del Cittadino?, a Brescia in La Polizia Sta A Guardare, dover però è questore, di nuovo a Roma in A Tutte Le Auto Della Polizia), aveva il physique du role per incarnare l'amministratore della giustizia, in anni assai difficili per l'Italia. Lo troviamo pure a Torino nel '74, sempre per Guerrieri (col quale aveva già condiviso La Polizia E' Al Servizio Del Cittadino?), a combattere il malaffare della città della Mole. Il suo Michele Parrino è un poliziotto dai modi molto umani, perfettamente in grado di relazionarsi con chiunque, a tutti i livelli, e con una spiccata propensione verso i deboli e quella fascia di popolazione che soffre condizioni di vita non esattamente dorate. La pellicola, riflessiva e crepuscolare, è una derivazione letteraria dal testo omonimo scritto dal poi sindaco della città Diego Novelli, di afferenza comunista e dunque con una prospettiva ben precisa e delineata sui fatti che accadevano nel feudo della più grande industria automobilistica italiana. La Fiat è toccata dalle pagine del libro e dai fotogrammi del film, non fosse altro per il poetico e tenero personaggio del pensionato Tino Scotti, mai ripresosi dalla cessazione della sua carriera lavorativa alla catena di montaggio dell'avvocato con l'orologio sul polsino.

Guerrieri cerca con difficoltà di rendere tutte le situazioni descritto dalla penna di Novelli. Micro personaggi, piccole realtà, grandi tragedie, sempre nell'ambito del proletariato e talvolta del sottoproletariato, storie di scioperi, prostituzione, droga, rapine, corruzione, disagio giovanile, difficoltà di adattamento dei "terroni" al nord, infanzie negate, eccetera. In questo senso il film diventa frammentato, dispersivo, a volte si ha l'impressione di perdere di vista la trama principale, immaginando che Guerrieri voglia portarci da qualche altra parte, ma in realtà si tratta di un quadro d'insieme, un film "situazionista" che intende dipingere un luogo ed un momento storico. In tale humus è scaraventato il commissario Parrino, palermitano trapiantato al nord pure lui, scomodamente alla frontiera tra il dover far rispettare la legge e comprendere ed accettare le debolezze degli ultimi. Ed infatti si lascia andare a disamine sociologiche (un po' pesanti) sulla vera essenza della criminalità italiana, che in soldoni è quella dei politici e dei colletti bianchi piuttosto che dei poveracci che vivono di espedienti. Le sue filippiche hanno un che di giustificatorio non sempre apprezzabile, c'è del qualunquismo, così come gli atteggiamenti verso i pederasti risentono tantissimo degli anni ai quali appartiene il film, per certi versi ancora troppo "retrogradi" sull'argomento. Il contraltare (negativo) di Parrino sono i borghesi torinesi, debosciati e disinteressati alla vita dei propri figli, tutti dediti alla noia e delinquenza, chi più chi meno. Lo sparring partner del commissario è Ferrero, il giornalista interpretato da Luciano Salce, figura ambigua, animata da nobili ideali ma poi calata nell'agone della lotta darwiniana della specie, dove per una prima pagina sul quotidiano si è disposti a mortificare la dignità ed i sentimenti della gente. - SPOILER: tuttavia, entrambi i personaggi si redimono catarticamente nel finale; Parrino, oramai trasferito dalla Mobile alla Tributaria, e Ferrero, in rotta col direttore del giornale, vanno a teatro a riempire i bravi genitori benestanti della Torino bene di foto depravate dei figli. Una chiusura onirica, beffarda e grottesca.

Le musiche di Rustichelli sono fuorvianti, poiché per quasi tutto il film pare di essere alla visione di Amici Miei anziché di un poliziesco a tinte noir (a proposito, splendida l'ultima inquadratura su una Torino all'alba, oscura, malinconica e senza redenzione), ed infatti, soprattutto nella prima metà i toni quasi da commedia si affacciano imprevisti. Il parrucchino di Salerno è abominevole, come diavolo gli sarà venuto in mente che così addobbato il povero commissario potesse essere autorevole e credibile non è dato sapere. Le donne del film sono Paola Quattrini e Françoise Fabian, con entrambe Parrino ha un flirt, anche se mostra di preferire decisamente la seconda. Ma c'è pure una comparsata non accreditata di una giovane Ilona Staller nella parte di un'attricetta di filmetti zozzi, la morte sua. Curioso il fatto che Parrino non estragga praticamente mai una rivoltella, non sia un uomo d'azione, preferisca la parola. Con quella infatti salva dal suicidio un ragazzo salito su un campanile, mentre si imbufalisce quando durante una sparatoria ostaggi e rapinatori vengono tutti indistintamente seccati durante lo scontro a fuoco.

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